Non avrebbe senso incominciare Amaro ancora in Italia. Né quando già a Parigi.
Lo comincio in una via di mezzo, in un altro paese, che con l'Europa non ha nulla a che fare: Berkeley, California. Posto in cui di stranieri sotto i ponti ce ne sono passati tanti, anche della mia famiglia, inseguendo sogni o scappando da impaludamenti. L'amaro di chi (si) costruisce sempre lontano.
San Francisco è un po' l'emblema di Amaro: creata sul sudore e le ossa degli immigrati di mezzo mondo, risplende di allegria e spensieratezza. Eppure, c'è un retrogusto amaro: di gente che tutto ha lasciato e tutto ha ricostruito. O anche di gente che niente ha voluto lasciare e tutto si è portata dietro, contro ogni nuova identità, spostando il corpo ma non il cuore. Forse perchè l'amaro dell'estraneità può essere così impregnante e assillante che è meglio zuccherarla facendo diventare stranieri gli altri, quelli che non vengono dal tuo stesso paese.
San Francisco è amara anche nei ricordi della Beat generation, di un mondo che si è perso e si ritrova impacchettato nei negozi pseudo-hippy. C'è anche l'amaro dei quartieri dei vecchi immigrati, di Alcatraz in mezzo alla baia, onnipresente da ogni angolo di strada.
Eppure, qui la gente è zuccherata.
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